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27 giugno 2010 / librobianco

Appena Finirà di Piovere

Edizioni Global Press Italia  ISBN 978.88.95882-1-78


Nota dell’autore 


In "Appena finirà di piovere", come in tutto ciò che scrivo ed ho l’ingenua pretesa di chiamare poesia, i miei versi nascono da momenti particolari – molto particolari – all’interno dei quali mi sento potenzialmente, solo potenzialmente, capace di fermare attimi talmente irrinunciabili da richiedere, appunto, d’essere perentoriamente registrati. Solo per me? Essendo privo della qualificata preparazione del cosiddetto letterato, mi trovo puntualmente coinvolto nel moto perpetuo di due altalenanti necessità: 

– da una parte, avverto forte il bisogno di adagiare parole che siano le più vicine possibile all’immagine dell’istante che sto lì per lì per raccontare: una sorta di alfabetizzazione del respiro; 

– dall’altra, registro regolarmente la mia scarsa meticolosità nel rendere il verso apprezzabile. Lo apro, lo stendo e poi lo chiudo con la primissima voce dell’io narrante, senza la pretesa di doverlo tornire a tutti i costi.

Alla fine, il pezzo che vado così a comporre risulta l’unico in grado, in quell’angolo d’anima mia, di rappresentarmi ed io ne godo a tal punto da trascurarne gli effetti estetici su chi poi avesse la bontà di leggerlo. Ne godo, è vero, ma solo e soltanto per l’antica abitudine che ho di darmi agli altri.

La poesia, mi hanno insegnato, è una delicatissima arte da non disperdere nei nostri egoismi. E’ vero. Aspira ad essere universale solo se siamo capaci in misura anche elementare di rendere gli altri partecipi – quasi testimoni – delle nostre emozioni e di sprigionare in tal modo gli animi al confronto, al gioco dell’eterna caccia ai valori comuni.

Dovendo sintetizzare una delle fasi più intime del mio sentire, posso concludere affermando che l’incantesimo di certe speciali condizioni di scrittura, quelle nelle quali mi ricordo di essere persona tra le persone e persona tra le cose, io lo vivo quasi sempre in un dormiveglia costante. E’ l’ora fatidica, l’ora in cui preferisco non svegliarmi del tutto e non addormentarmi del tutto. Ciò mi consente di diluire in maniera felpata gli impulsi dell’oggi in quelli di ieri (la realtà e la nostalgia mai in combutta tra loro). Mi fa accedere al futuro, ad uno spazio ambìto cui vado incontro in una specie di preparazione al bello, alla buona analisi, al nuovo che verrà e al vecchio che mai butto in un burrone.

Forse é inquietante, certo è suggestivo, mi sono inventato la razionalizzazione di un sentire, il mio, che arriva puntuale, nuovo muscolo tra i muscoli, per fare in modo che, carne, non evapori e sia parte integrante del corpo che lo contiene. Rischio che possa accadere, un giorno, di non sognare più? No!

Appena finirà di piovere, ci riproverò… 

                                                                                                      Aurelio Zucchi

Il suo primo libro:

Ediizioni Il Filo ISBN 88-7942-576-1

Nota dell’autore  
 
Alle 20:50 del 21 Agosto 2003, dopo trentatrè anni dal conseguimento del diploma di geometra all’"Augusto Righi" di Reggio Calabria, me ne sto sul lungomare di Scilla. Ho lasciato mio fratello Gino a Cannitello perché preferisce pescare. In realtà, non vuole partecipare ad un avvenimento che sa essere solo mio, nel quale, però, io credo poco. A Bruno, un compagno di scuola, non l’ho confessato per non rovinargli la festa. È diventato matto per organizzarla, questa serata. Un bombardamento di telefonate, SMS ed e-mail ha colpito tutti, senza distinzioni. Bisogna rivedersi, questa volta con le mogli al seguito! L’appuntamento tradizionale, riservato solo a noi, è e rimane fissato per il 21 dicembre di ogni anno ma agli incontri, soprattutto dopo il ventennale, non siamo mai al completo. Non tutti abitiamo a Reggio. La vita frenetica, un certo rilassamento dovuto all’età, qualche acciacco e l’incuria dei ricordi non sono giustificazioni valide per Bruno che, sciolto nel desiderio insopprimibile di rivedere la truppa, ha rivoltato il mondo intero per far riesplodere in ciascuno la voglia dell’incredibile. Per completare l’opera, ha addirittura invitato tre persone speciali: Giuseppe Quattrone, Totò Santoro e Aldo Corigliano. Io e Nino, un altro compagno che come me vive a Roma, lo abbiamo aiutato dedicando un po’ del nostro tempo a coordinare e perfezionare l’evento.

Portando con me gli stessi dubbi che mi hanno fatto desistere dal trascinare anche mia moglie, sono partito affidando alla compagnia di Gino e alla riscoperta dei miei luoghi il compito di dare un senso alla trasferta. Se la serata va storta, pensavo, almeno ho risentito l’odore del mare.

Sono le ventuno… Laggiù, dai parcheggi, da dove ha inizio il largo marciapiede che divide la sabbia dall’asfalto, vedo gente che s’avvicina. Nel contrasto delle luci non riesco a distinguere i volti. Il primo è Nino e poi via via tutti gli altri. Un’inflazione di strette di mano a signore che non ho mai visto e abbracci lunghi un’era per salutare chi non sto riconoscendo. Siamo proprio tutti e sentiamo che anche Mimmo Chiofalo e Dino Gentilomo sono in mezzo a noi. L’ingegnere Corigliano mi vuole ancora bene, mi stringe sforzandosi di controllarsi. Il dottor Santoro è più deflagrante e martella le mie guance con le sue grandi mani. Il professore Quattrone si ricorda di me, dice che ero bravo ma che mi devo dimagrire. Gli occhi sfidano un po’ di lacrime, vive come le facce che tornano ai vent’anni.

Al ristorante, la cena è solo un optional. I migliori pezzi della V B cadono sul lungo tavolo che diventa il luogo di una mappa che tutti devono vedere. Uno di noi tira fuori un elenco e lo consegna a Quattrone. La voce subisce l’ingiuria del tempo ma fa l’appello. Ed io che non ci credevo… Cineprese passano sulla mia testa per cogliere i discorsi di tutti e puntare le labbra dei nostri insegnanti. Foto su foto, singole e a gruppi e poi quella finale. Cosa porterò a Roma? D’accordo, Nino mi farà i duplicati ma non è la stessa cosa.

Ho solo un sistema per giustificarmi, scrivere un libro per raccontare una storia importante che meriti d’essere divulgata. Non la solita nostalgia becera ma il ritorno risolutivo di un’eco mai persa. Di ricordi ne ho tanti, colorati e grigi, come ciascuno di noi. Gli anni della giovinezza, quando bastava giocare in un campo sperduto di periferia per sentirsi già calciatore o quando era sufficiente attendere all’ingresso del "Righi" l’arrivo dei compagni di classe per sentirsi protetti da tutto e da tutti rimangono in prima linea. Invocano in maniera perentoria una resurrezione che fa stare il cuore in una specie di alcova e pervadono l’animo di quei buoni sentimenti diventati merce rara nel tempo in cui si vuole globalizzare anche l’aria che respiriamo.

Col trascorrere degli anni, tra i passaggi intensi da un’età all’altra e poi all’altra ancora, avviene che i migliori ricordi custoditi a vita e che pensavi di tirar fuori solo da vecchio reclamino una rivisitazione. Chiamala nostalgia o come vuoi tu. In me produce la costante di un tempo che non scorre e di una sola età nell’esistenza. Un trucco per sentirmi! Né piccolo né grande. È questo il sistema che ho scelto per registrare il mio passaggio: fare una media virtuale tra il fanciullo che sono stato, la gioventù che ho colto, la maturità che vivo e la vecchiaia che lascio in attesa. Nulla deve prevalere.

Così scrivo in queste pagine e così vorrei rivolgermi ai ragazzi in groppa al nuovo millennio; senza rompere, come dicono loro, ma col solo scopo di fargli amare la loro età tanto quanto le altre che verranno e che l’aspettano al varco, con i respiri diversi che vanno rispettati.


                                                                                 Aurelio Zucchi

 

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