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24 settembre 2010 / librobianco

Léonor


 

Soffiava forte il vento quella sera, il cielo era solcato da forti lampi e il rumore dei tuoni era assordante, ma lei non aveva paura, imperterrita percorreva il sentiero impervio che la conduceva al luogo dell'incontro. Doveva sapere, doveva sbrogliare quella matassa di pensieri che ormai attanagliava la sua mente senza darle più tregua.

Chi era e cosa voleva da lei quell'uomo che ormai era diventato una vera ossessione, quell'uomo che le era entrato come veleno nel sangue e l'aveva resa schiava delle sue voglie. Léonor procedeva ormai a fatica ostacolata dalla forte pioggia, ma sembrava che nulla potesse fermarla o distoglierla dai suoi propositi.

Ed eccolo finalmente il piccolo capanno dove si erano dati appuntamento, dove si sarebbero visti finalmente per la prima volta dopo essersi sentiti per mesi al telefono. Lui era già arrivato e quando la vide entrare completamente bagnata le si fece incontro abbracciandola, impossessandosi subito della sua bocca senza nemmeno darle il tempo di dire una parola.

Non erano brividi di freddo quelli che Léonor sentiva, ma di piacere. Quel piacere che aveva sempre provato al suono della sua voce e delle sue parole, sussurrate con fare suadente ed eccitante e che ora erano invece provocati dal tocco delle sue mani che salivano piano contro il suo corpo sfilandole la maglia zuppa d'acqua indossata sulla pelle nuda, per poi afferrarle i seni facendo in modo di farli uscire dal tulle del reggiseno a balconcino, stuzzicandoli con la punta delle dita fino a farla gemere di piacere.

A Léonor non interessava più nulla, ogni domanda e ogni dubbio erano spariti dalla sua mente, il suo solo pensiero era di essere posseduta da lui, che le mordeva il collo come a volerle lasciare impresso il suo marchio, che insinuava una mano sotto le mutandine e con le dita cercava il punto di maggior piacere per stimolarlo con forza. Era nelle sue mani ora, smaniosa di subire qualsiasi cosa, di sentire dentro di sè il suo pene gonfio che premeva sotto i pantaloni. Bastarono pochi minuti e completamente nudi si lasciarono andare al piacere dei sensi, alla scoperta reciproca dei corpi, passarono dalle carezze che sfioravano la pelle sollecitandola a quelle più audaci.

Le gambe di Léonor cingevano i fianchi dell'uomo in un abbraccio di fuoco e il loro movimento ritmico all'unisono portò entrambi alla soddisfazione più completa lasciandoli senza fiato e stupiti dalla forza del loro orgasmo. Rimasero abbracciati ansanti e sudati, godendosi quegli attimi appena vissuti, lasciandosi cullare dal rumore della pioggia che come melodia ora picchiava dolcemente sul capanno.

Ma Léonor, anche se non sapeva capire il motivo, ebbe di nuovo dei dubbi o meglio uno strano presentimento, che fu confermato quando lui credendola addormentata disse: "finalmente ho vinto la scommessa, lei è stata mia". Un gioco, per lui era stato tutto uno squallido gioco. Ora quell'uomo che l'aveva appena posseduta con tanta forza incredibilmente sembrava non avere cuore. Attese con impazienza che si addormentasse e con molta attenzione sgusciò via da quell'abbraccio che ormai la stava soffocando. Guardò l'uomo dai lineamenti dolci, ma nello stesso tempo forti e duri, per alcuni minuti seguì il suo respiro ritmico e gli posò un ultimo lieve bacio sulle labbra per non svegliarlo.

Lasciò il capanno, dopo aver indossato gli abiti ancora umidi. Fuori l'aria era tersa, il cielo ora limpido lasciava intravedere qualche stella e il suo viso si bagnò di lacrime. Ora non le importava più sapere nulla, non voleva più risposte, sapeva già tutto. Per lui non contava niente, pensò a quello che aveva appena vissuto e si rese conto che nemmeno una dolce parola era uscita dalle labbra dell'uomo. Forse fu proprio questo a fare nascere il presentimento che le avrebbe rivelato la verità e si rese conto che veramente lui le aveva lasciato un marchio, quello del dolore.

Lui le aveva preso il cuore caldo e pieno d'amore, lasciandole in cambio solamente un pezzo di ghiaccio.

Patrizia Mezzogori

(immagine dal web)

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