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24 dicembre 2010 / librobianco

Il pianista triste

Da anni era da tutti conosciuto come "il pianista triste", un soprannome nato dal suo continuo mimare il movimento delle dita che scorrono sui tasti bianco-neri di un piano e dalla mancanza di sorriso sul viso. Da parecchi anni non lasciava mai il posto in quell'angolo del grande palazzo che aveva adibito a sua dimora e chi aveva imparato a conoscerlo sapeva quanto fosse dolce, calmo e amichevole. Ogni tanto qualcuno si fermava a parlare con lui, per ascoltare le sue "follie", visto che sosteneva di essere stato un famoso pianista conosciuto in tutto il mondo ed acclamato dalle folle, che rimanevano sempre estasiate dalle sue esecuzioni e per confermare quello che raccontava faceva continuamente vedere gli spartiti che teneva in una vecchia borsa di pelle consunta dal tempo.
 
Alcuni si erano anche affezionati e gli portavano qualche cosa da mangiare ogni giorno, cercavano anche di convincerlo a recarsi presso un centro di accoglienza, perché l'inverno era veramente rigido e dormire all'aperto poteva essere pericoloso. Ma non voleva allontanarsi dal suo pianoforte (che ovviamente vedeva solo lui); diceva che non poteva abbandonarlo, perché qualcuno poteva rubarlo, rovinarlo definitivamente e lui non avrebbe più potuto suonare, non avrebbe più potuto vedere, alla fine di ogni esecuzione, quello sguardo che per tutto il tempo sentiva posato sul suo viso.
 
Lo sguardo del suo grande amore, colei che lo seguiva ovunque e con la quale aveva condiviso ogni giorno, ogni gioia, ogni istante. Niente e nessuno riuscì a fargli cambiare idea. Lo trovarono morto assiderato dopo qualche giorno, non era riuscito a superare un'altra notte all'aperto. Era morto con accanto i suoi spartiti, con i ricordi che gli avevano tenuto compagnia ancora una volta e che avevano lasciato sul suo viso un dolcissimo sorriso. Nessuno avrebbe mai capito il perché di quel sorriso, ma mentre il gelo se lo portava via per sempre, lui stava rivivendo ancora una volta attimi che sembravano essersi fermati nel tempo e finalmente era di nuovo insieme alla donna della sua vita.
 
 
"Le lunghe dita, agili e affusolate (create per suonare, come gli diceva sempre suo nonno) scorrevano sui tasti del vecchio pianoforte, come mosse da una magica presenza. Sembrava che le note componessero la musica che c'è nel mondo, nei laghi, nei cieli, nelle montagne, nelle stelle, ma anche nei gesti della gente, nelle loro parole, in ogni minima cosa capace di creare melodia. Nella grande sala regnava il silenzio più assoluto, nessun rumore disturbava la sua esecuzione, le persone presenti sembravano trattenere il fiato per paura di rompere l'incantesimo. La musica sembrava nascere spontanea, come se invece di essere scritta sul pentagramma, fosse scritta solo nel suo cuore ed il suo unico intento fosse quello di regalarla a chi ascoltava, affinché potesse sentire il sangue pulsare nelle vene come capitava a lui ogni volta che si sedeva al pianoforte ed iniziava a suonare. Una sensazione che provava anche ogni volta che incontrava lo sguardo della sua amata, che, unito alla passione per la musica, faceva nascere anche un altro struggente ed inevitabile incantesimo in grado di ricreare il ritmo dell'amore; le sue pause, i suo silenzi, il confluire l'uno nell'altro, l'allontanarsi per poi riprendere a toccarsi, l'approccio lento o brusco, il sentirsi o il percepirsi da lontano".
 
Nessuno seppe mai da dove arrivò e nemmeno il suo vero nome, per tutti era e sarebbe rimasto sempre e solo "il pianista triste" morto in una gelida notte d'inverno col sorriso ad illuminargli il viso.
 
Patrizia Mezzogori

(immagini dal Web – Spartito e The Virtuoso di Bernard Ott)

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One Comment

  1. verdefronda / Gen 2 2011 3:25 PM

    La bellezza soffusa di tristezza di questo racconto fa nascere grandi emozioni che sono le basi della vita e dell'umanità.  Un carissimo saluto.  Giorgio

I commenti sono chiusi.

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