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4 febbraio 2011 / librobianco

“Non sono un peluche”

Non sono un peluche” è una raccolta di poesie, racconti e piccoli pensieri di voci che si sono unite nel dicembre 2010 per aiutare la campagna contro l’abbandono degli animali. Un’iniziativa nata nel 2009 grazie all’Associazione Culturale “IL FARO” di Daniela Moreschini.

Al coro di voci adulte si è anche unito quello dei bambini della IV elementare della Scuola Santa Dorotea di Viareggio, piccole ma importantissime voci che sono state raccolte in un altro libro.

Tutti i proventi della vendita di questi libri saranno interamente donati al rifugio “Le code felici” onlus di Roma, un rifugio per animali abbandonati. Un un rifugio tenuto in osservazione da un po’ di tempo constatando quanto e in che modo amorevole vi lavorano i volontari.
Chi fosse interessato a sostenere questa iniziativa, acquistando uno dei due libri,  può farlo scrivendo alla seguente mail:
segreteria@associazione-ilfaro.org

oppure ( per chi è iscritto ) , contattando l’Associazione  su FaceBook  (cliccando sul Banner si aprirà la loro pagina)

Questo il racconto, modesto e semplicissimo con il quale ho aderito all’iniziativa.

ROCCORocco camminava ormai da ore sotto il sole cocente, imperterrito continuava a percorrere la strada con la speranza di ritrovare la via di casa, mentre la sua mente tornava indietro nel tempo. Stranamente ricordava come era felice di essere nato, ma ancora di più come lo era stato quando la sua mamma lo accudiva amorevolmente, con infinita delicatezza. Ricordava benissimo anche il momento in cui, quando ancora piccino venne circondato con amore da due grosse mani che iniziarono ad accarezzarlo dolcemente e poi lo posero dentro ad una specie di marsupio ed iniziò per lui il viaggio che lo avrebbe portato alla sua nuova casa.

Tutti lo accolsero benissimo, lo circondarono pieni di curiosità, soprattutto quattro occhietti vispi e allegri che lo fecero subito sentire al sicuro. Erano gli occhi dei bambini che già abitavano in quella casa e che non gli facevano mai mancare nulla, trascorrendo molto tempo a giocare con lui, con una piccola palla o con altri giochi morbidi, affinchè non si facesse male. Con il passare dei giorni Rocco si era reso conto che stava crescendo in fretta, anche perchè sempre più spesso lo lasciavano solo, cosa che non lo impauriva ma lo faceva sentire nello stesso tempo, grande, importante; come se meritasse la fiducia della famiglia intera, anche se a volte non riusciva a capire il perché di certe punizioni se giocando rompeva qualche cosa o sporcava la casa.  Ai fratellini non succedeva mai, perché lui veniva punito e loro no?
Ma poi arrivò un giorno speciale, tutti erano in fermento perché si doveva partire per un viaggio che sarebbe durato parecchi giorni. I preparativi impegnavano tutti quanti e nessuno sembrava avere più tempo per lui, fino al giorno della partenza, quando tutti salirono sull’auto e partirono. Lui sedeva impettito nel suo posto abituale, dietro a tutti e si sentiva felice. Vedeva scorrere il paesaggio dal finestrino, cose che non aveva mai visto e che attiravano la sua attenzione, ma nello stesso tempo sentiva che c’era qualche cosa di strano. Le voci dei genitori erano alterate, sembravano litigare, eppure era sicuro di non aver fatto nulla di sbagliato, non si era mai mosso dal suo posto e non aveva infastidito nessuno, sopratutto Giulio che guidava la macchina e quindi doveva stare molto attento per via del traffico molto intenso. Oh, finalmente una sosta, almeno ci si poteva sgranchire un pochino tutti quanti, e poi aveva ete e doveva fare pipì; erano queste le cose che pensava Rocco quando l’auto si fermò e fu proprio in quel momento che successe per lui qualche cosa di impensabile.
Appena sceso dall’auto e fatto qualche passo, sentì il rumore del motore e nonostante i suoi richiami nessuno si accorse che ripartendo si erano dimenticati di lui. Dopo il primo momento di smarrimento decise che non doveva pensare male, che avrebbe in qualche maniera ritrovato la sua famiglia ed iniziò a camminare incurante delle auto che suonavano continuamente il clacson, delle persone che dai finestrini delle auto urlavano contro di lui. Ma ogni suo tentativo ormai risultava vano, non conosceva quelle strade, la confusione prendeva sempre più il sopravvento e lui non riusciva a capacitarsi di dove fosse, di quanto poteva mancare. Finché capì che era stato abbandonato, che la sosta era stata solo una scusa per liberarsi di lui.
Il mondo sembrò crollare all’improvviso, tutto si fece buio, come se i suoi occhi improvvisamente si fossero spenti. Rocco sifermò presso un distributore, dove alcuni camionisti si presero cura di lui e gli diedero qualche cosa da mangiare, ma con il passare dei giorni, poco alla volta tutti si dimenticarono di lui, anzi sembrava che lo evitassero in ogni modo. Alcuni erano anche cattivi, lo picchiavano, lo cacciavano continuamente quando cercava di avvicinarsi per cercare qualche mano pietosa che gli donasse del cibo, forse perché era sporco, forse perché non ispirava più tenerezza e fiducia. Il dolore e la tristezza iniziarono ad essere la sua unica compagnia quando ormai disperato si nascose sotto ad un cassone dell’area di servizio dove ormai viveva da circa un mese. Poco alla volta le forze iniziarono ad abbandonarlo, finchè capì che nessuno sarebbe tornato a riprenderlo e decise che non valeva più la pena vivere e che fidarsi dell’uomo era stato il suo più grande errore.
Chiuse gli occhi per sempre e finalmente di nuovo felice ritrovò la sua mamma, in un luogo dove tutti i cani sono felici, perché lì non può arrivare l’essere umano che li inganna e che li abbandona come fossero un oggetto ormai inutile.
Patrizia Mezzogori
Rocco camminava ormai da ore sotto il sole cocente, imperterrito continuava a percorrere la strada con la speranza di ritrovare la via di casa, mentre la sua mente tornava indietro nel tempo. Stranamente ricordava come era felice di essere nato, ma ancora di più come lo era stato quando la sua mamma lo accudiva amorevolmente, con infinita delicatezza. Ricordava benissimo anche il momento in cui, quando ancora piccino venne circondato con amore da due grosse mani che iniziarono ad accarezzarlo dolcemente e poi lo posero dentro ad una specie di marsupio ed iniziò per lui il viaggio che lo avrebbe portato alla sua nuova casa.
Tutti lo accolsero benissimo, lo circondarono pieni di curiosità, soprattutto quattro occhietti vispi e allegri che lo fecero subito sentire al sicuro. Erano gli occhi dei bambini che già abitavano in quella casa e che non gli facevano mai mancare nulla, trascorrendo molto tempo a giocare con lui, con una piccola palla o con altri giochi morbidi, affinchè non si facesse male. Con il passare dei giorni Rocco si era reso conto che stava crescendo in fretta, anche perchè sempre più spesso lo lasciavano solo, cosa che non lo impauriva ma lo faceva sentire nello stesso tempo, grande, importante; come se meritasse la fiducia della famiglia intera, anche se a volte non riusciva a capire il perché di certe punizioni se giocando rompeva qualche cosa o sporcava la casa.  Ai fratellini non succedeva mai, perché lui veniva punito e loro no?
Ma poi arrivò un giorno speciale, tutti erano in fermento perché si doveva partire per un viaggio che sarebbe durato parecchi giorni. I preparativi impegnavano tutti quanti e nessuno sembrava avere più tempo per lui, fino al giorno della partenza, quando tutti salirono sull’auto e partirono. Lui sedeva impettito nel suo posto abituale, dietro a tutti e si sentiva felice. Vedeva scorrere il paesaggio dal finestrino, cose che non aveva mai visto e che attiravano la sua attenzione, ma nello stesso tempo sentiva che c’era qualche cosa di strano. Le voci dei genitori erano alterate, sembravano litigare, eppure era sicuro di non aver fatto nulla di sbagliato, non si era mai mosso dal suo posto e non aveva infastidito nessuno, sopratutto Giulio che guidava la macchina e quindi doveva stare molto attento per via del traffico molto intenso. Oh, finalmente una sosta, almeno ci si poteva sgranchire un pochino tutti quanti, e poi aveva ete e doveva fare pipì; erano queste le cose che pensava Rocco quando l’auto si fermò e fu proprio in quel momento che successe per lui qualche cosa di impensabile.
Appena sceso dall’auto e fatto qualche passo, sentì il rumore del motore e nonostante i suoi richiami nessuno si accorse che ripartendo si erano dimenticati di lui. Dopo il primo momento di smarrimento decise che non doveva pensare male, che avrebbe in qualche maniera ritrovato la sua famiglia ed iniziò a camminare incurante delle auto che suonavano continuamente il clacson, delle persone che dai finestrini delle auto urlavano contro di lui. Ma ogni suo tentativo ormai risultava vano, non conosceva quelle strade, la confusione prendeva sempre più il sopravvento e lui non riusciva a capacitarsi di dove fosse, di quanto poteva mancare. Finché capì che era stato abbandonato, che la sosta era stata solo una scusa per liberarsi di lui.
Il mondo sembrò crollare all’improvviso, tutto si fece buio, come se i suoi occhi improvvisamente si fossero spenti. Rocco sifermò presso un distributore, dove alcuni camionisti si presero cura di lui e gli diedero qualche cosa da mangiare, ma con il passare dei giorni, poco alla volta tutti si dimenticarono di lui, anzi sembrava che lo evitassero in ogni modo. Alcuni erano anche cattivi, lo picchiavano, lo cacciavano continuamente quando cercava di avvicinarsi per cercare qualche mano pietosa che gli donasse del cibo, forse perché era sporco, forse perché non ispirava più tenerezza e fiducia. Il dolore e la tristezza iniziarono ad essere la sua unica compagnia quando ormai disperato si nascose sotto ad un cassone dell’area di servizio dove ormai viveva da circa un mese. Poco alla volta le forze iniziarono ad abbandonarlo, finchè capì che nessuno sarebbe tornato a riprenderlo e decise che non valeva più la pena vivere e che fidarsi dell’uomo era stato il suo più grande errore.
Chiuse gli occhi per sempre e finalmente di nuovo felice ritrovò la sua mamma, in un luogo dove tutti i cani sono felici, perché lì non può arrivare l’essere umano che li inganna e che li abbandona come fossero un oggetto ormai inutile.
Patrizia Mezzogori
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